Il carbone della Befana

In un’alba grigia e gelida, un 6 gennaio di molti anni fa, una bambina di 4 o 5 anni stava in piedi, silenziosa, ancora in pigiama davanti al camino di quella casa vecchia e poco riscaldata. In pochi potevano permettersi i termosifoni, la maggior parte della gente si scaldava davanti alla cucina economica , o davanti al camino.

La bambina finalmente si libera con un sospiro di sollievo: la sua calza di lana colorata, appesa la sera precedente al caminetto, è stracolma di ogni ben di dio. Si sente sollevata perché la Befana era scesa nella notte dal suo camino e aveva riempito la calza di doni.

Se non sarai stata abbastanza brava durante l’anno – predicavano i genitori – la calza la troverai vuota, o peggio, piena di carbone, se sarai stata davvero cattiva. Un dolore tremendo per un bambino che sperava, in fondo come tutti i bambini, di avere sempre un filo di speranza nella considerazione della Befana. Se anche qualche volta avesse combinato una marachella…beh, se Dio perdona ogni cosa, perché la Befana non avrebbe perdonato una minuscola bambina per qualche piccolo capriccio?

Tuttavia, ogni 6 gennaio, camminava in punta di piedi nella penombra del primo mattino, per andare a verificare di nascosto se la calza fosse ben riempita e sentirsi così rassicurata. Voleva dire essere stata abbastanza buona durante l’anno. Se la Befana la premiava con i dolciumi, poteva volersi abbastanza bene anche lei e sentirsi accettata da mamma e papà. Uno spunto di paura c’era, un’emozione cui non sapeva bene dare un nome, ma le faceva battere il cuore nell’attesa. “Sarò stata buona o cattiva? – si chiedeva la piccola.

D’improvviso la luce in cucina si accese e apparve la mamma, sorridendo. Dietro di lei il papà, col viso un po’ preoccupato. “Sei già in piedi? – esclamarono – apri la calza, allora!”.

La bambina li guardò felice, sorpresa della loro magnanimità: era molto presto, strano che le permettessero di restare alzata ad aprire già la calza a quell’ora. Vedeva nei loro occhi la curiosità di scoprire quali regali la Befana le avesse portato.

L’ aiutarono ad aprire il laccio annodato stretto di quel calzettone lungo e colorato. Toccando con la punta delle dita la calza dall’esterno, avvertiva però qualche asperità. Strano che le caramelle fossero cosi appuntite….pensava la bambina.

“Dai, forza, aprila! Guarda cosa c’è dentro!” I genitori apparivano più curiosi di lei e sembravano quasi impazienti di guardare. La bimba cominciò a frugare con la manina e trovò subito alcune caramelle di zucchero , tra le sue preferite. Poi trovò dei cioccolatini, una golosità in quegli anni, la cioccolata non abbondava . C’era l’indispensabile, i dolci solo la domenica e non tutte le domeniche.

Il viso della piccola si allargò in un sorriso. Ormai si sentiva tranquilla e fiduciosa. La Befana era stata buona con lei, anche quel 6 gennaio.

“Avanti! – insistette la mamma, sempre col suo sorrisetto.

Tastando la calza con la mano, trovò ancora un paio di dolci di cui era golosa, poi sentì con certezza quello strano oggetto duro e aguzzo. Strano, al tatto non avvertiva la carta che di solito contiene caramelle e cioccolatini. Guardò la mamma con aria interrogativa “Ma cosa c’è qui?”

“Non lo so, vai avanti, rovescia la calza! – la incitò la madre.

Le piccole dita finalmente estrassero qualcosa di arrotondato e con qualche punta aguzza. La bambina aveva in mano una sorta di sasso nero, che sentiva freddo al tatto. Affondò di nuovo la mano e vennero fuori altri pezzi simili a sassi e solo a quel punto la bimba capì che non si trattava di dolci. Le mani, una volta toccati quei sassi ruvidi e neri, rimanevano macchiate di nero! Ma non sarà stato per caso…….

Guardò seria e incredula la mamma che continuava a ridere, mentre dietro le sue spalle il papà le disse:

  • Ma è carbone! Non lo vedi?

Impietrita, la bambina non sapevo cosa pensare. Tentava solo di capire se fosse davvero carbone, o una specie di dolce fatto come il carbone. Non ci poteva credere! O forse era solo uno scherzo? La Befana, sempre così benevola con lei, poteva averla giudicata in quel modo così orribile? E per cosa poi? Cosa aveva fatto di tanto malvagio?

Ma quando suo padre confermò, con quella frase breve e terribile, che si trattava proprio di carbone, non seppe più cosa pensare e scoppiò in un pianto dirotto. Non c’era più speranza per lei ormai. Era stata giudicata cattiva, niente meno che dalla Befana. Non c’era più via di scampo.

Il padre cerco allora di consolarla dicendole che erano solo due o tre pezzetti, che il resto erano tutti dolci. Solo per quelle poche volte che era stata disobbediente –disse –la Befana avrà messo qualche pezzetto di carbone! Ma non ci fu verso. Che bisogno c’era di metterle anche il carbone? – pensava tra le lacrime la poverina. E se l’aveva messo, voleva dire che non era più la brava bambina di sempre. Aveva perso la faccia di fronte alla Befana. Non c’era più niente da fare.

La mamma cercò di recuperare dicendole di portare il carbone alla vicina di casa, che l’avrebbe usato per la stufa. Fu peggio. Il pianto divenne disperato. La bambina cominciò a urlare che non non ci sarebbe andata dalla Gnegnè, come aveva soprannominato la vicina, perché si vergognavo troppo e non voleva far sapere che la Befana le aveva portato del carbone! Cercarono di convincerla ma il pianto era incontenibile e disperato. Solo a quel momento, forse, i genitori cominciarono a rendersi conto che il loro scherzo non poteva essere uno scherzo per una bambina cosi piccola, ma solo una seria realtà

Tentarono di spiegarglielo, che era uno scherzo della Befana, ma la bambina urlò più forte, che la Befana era cattiva se portava il carbone a lei. Sapeva bene com’erano i ragazzacci cattivi, quelli che si picchiavano in cortile e picchiavano anche le bambine, quelli che dicevano parolacce. Lei cosa poteva mai aver fatto per meritare di essere trattata come loro? Alla fine la calza migrò dalla vicina con tutto il suo contenuto, buono e meno buono. La bambina non volle toccare nulla di quella orribile calza, nemmeno i dolci.

Ci dovette la mamma a portarla alla Gnegnè. La bimba fu irremovibile. Si vergognava solo all’idea.

Alla fine fu la vecchia Gnegnè che recuperò, almeno in parte, la serenità della bambina . La venne a trovare più tardi e le rivelò che la Befana le aveva portato solo dolci, che il carbone l’avevano aggiunto i suoi genitori, per farle uno scherzo. Ma che avevano sbagliato. E che comunque a lei serviva il carbone, per bruciarlo nella stufa . Cosi non ci sarebbe stato più.

Solo a quel punto la bimba si asciugò le lacrime. La Befana era salva nella sua considerazione. E per mamma e papà era disposta a chiudere un occhio e a perdonarli.

In fondo, quante volte i bambini devono perdonare i propri genitori, quando sbagliano, quando si arrabbiano a sproposito, quando sono troppo nervosi e non hanno la pazienza di ascoltarli.

E cosi quello fu il suo primo perdono per loro. La Befana era stata utile anche quell’anno.

Grazie alla saggia Gnegnè.

Informazioni su Paola Federici

Paola Federici è psicologa psicoterapeuta, scrittrice e giornalista. Ha fondato  il Centro Psicologico di Binasco (Milano). Riceve sia nello studio di Milano che in quello  di Binasco.  Ha scritto libri di psicologia divulgativa per tutti: "I bambini non ve lo diranno mai ma i loro disegni si"; "Il tuo bambino lo dice con i colori"; "Mi disegni un albero?"; "Gli adulti di fronte ai disegni dei bambini", “Lo stress del terzo millennio ( Ed. Franco Angeli). Ha collaborato con quotidiani e riviste nazionali Mondadori e Rizzoli (Donna Moderna, Confidenze, Donna Informa, Insieme, il Giorno, Il Resto del Carlino e altri). E’ stata per anni Direttore responsabile del mensile “La Tua Zona sud Milano). Per contatti, richieste di articoli  e appuntamenti scrivere a paolafedera@gmail.com
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