Senza lasciare traccia, come Chocolat

Due film a confronto, la resistenza al cambiamento

Di Paola Federici

Senza lasciare traccia

Senza lasciare traccia

Il coraggio di cambiare vita di un’adolescente, punto di partenza del film di Debra Granik, è anche elemento fondamentale in psicoterapia.
Appena visto il bellissimo film della regista statunitense Debra Granik, colpisce un elemento che i critici non hanno rilevato finora. Il film mette in evidenza, nel finale alquanto significativo, il coraggio della ragazzina, la figlia del protagonista, di voler cambiare la propria vita. Il coraggio di cambiare realmente, abbandonando per questo un padre vagabondo, per rientrare nella società e accettandone le regole, sintetizza il coraggio dell’adolescente di iniziare la sua vita, a rischio di doversi separare dal padre.

Non è casuale che un buon esito di qualsiasi percorso di psicoterapia si basi sul cambiamento. Solo chi è disposto infatti a modificare qualcosa nel proprio percorso di vita, avrà fatto tesoro del percorso psicoterapeutico. Perché, come affermava anche Einsteinle persone pretendono che le cose cambino, senza fare nulla per cambiare qualcosa”.
Sarebbe come dire che la manna dal cielo non arriva se non ci si impegna per farla arrivare, e lavorare per uno scopo nella vita, credendoci per realizzarlo.
La maggior parte delle recensioni e critiche, per altro positive, di “Senza lasciare traccia”, si sofferma sul lato naturalistico delle immagini affascinanti delle foreste dell’Oregon, al confine col Canada.

Altre recensioni si soffermano sulla vita di un padre e di una figlia che vivono nel Forest Park adiacente a Portland, al di fuori della società, tra giramondo e senza tetto. Senza andare oltre alla vita nella natura, a ciò che il padre insegna alla figlia per riuscire a vivere e a cavarsela in una foresta. Mentre questo è solo uno spunto di riflessione.

Senza lasciare traccia

Senza lasciare traccia

Quasi da subito si avverte invece il dubbio nella ragazzina , trascinata dal padre per monti e foreste, a dormire all’addiaccio sotto una tenda di plastica, mentre l’inverno si avvicina. Inizialmente la figlia pare seguire con fiducia suo padre, semplicemente perché è l’unica persona di famiglia che le è rimasta e perché gli vuole bene, come una figlia può voler bene al padre, unica fonte di sicurezza. Ex soldato – reduce del Vietnam – tornato traumatizzato dalla guerra, dopo alcuni anni gli muore anche la moglie, decide di lasciare la casa e incamminarsi con la figlioletta in giro per l’America, dormendo e vivendo dove capita. Da diverso tempo i due si sono accampati nel Forest Park in Oregon, spostandosi quando di sentono braccati, come fossero animali. In realtà si spostano continuamente, perché polizia e servizi sociali li seguono, perchè la ragazzina, minorenne, dovrebbe andare a scuola e vivere nella civiltà e perché è vietato accamparsi nel suolo pubblico.

In realtà il significato del film della Granik è molto più profondo. Il padre ha sempre dato per scontato che la figlia lo segua, non tiene nemmeno conto delle necessità di una ragazzina che vive al di fuori del mondo sociale, non può andare a scuola, anche se il padre non trascura l’educazione scolastica, impartendole lezioni. Ogni tanto devono scappare dall’accampamento temporaneo che si sono costruiti, per sfuggire ai poliziotti. La ragazza lo segue sempre senza mettere in dubbio le decisioni paterne. La poverina deve lasciare continuamente ciò che hanno costruito nelle brevi soste: il piccolo orto e le poche coltivazioni, le sue poche cose nascoste sotto un masso, piccoli attrezzi fatti con legni artigianalmente. La loro vita è fuggire costantemente, andare oltre, senza lasciare nessuna traccia per non farsi prendere.

Lo sguardo della ragazza vaga sull’ultimo accampamento, alle cose lasciate per l’urgenza di scappare, con sé portano solo la tenda e i sacchi a pelo, uno zaino contiene un ricambio di abiti. Basta una pioggia per rendere duro il cammino, gli scarponi fradici e i piedi bagnati. Una capanna di legno, se sono fortunati, offre un momentaneo alloggio ai due, e un fuoco nel camino.
Finché vengono trovati dalla polizia, inseguiti coi cani. Ma il finale potrebbe essere gradevole, perché nessuno intende fare loro del male. Lo Stato fornisce loro un bungalow di legno in paese, nuovo e corredato di tutto l’occorrente, vengono invitati dalle persone del villaggio alla vita sociale del luogo, in chiesa, alla vita di aggregazione sociale. La ragazza andrà a scuola. Conoscerà un ragazzo, un amico finalmente, che le insegnerà come allevare un coniglio da compagnia. La ragazzina è contenta. Non è una musona. Ma quando sta per abituarsi alla vita del villaggio, il padre, ancora una volta, la informa che dovranno preparare i loro zaini per la partenza.
La figlia gli risponde timidamente che in quel luogo lei sta bene, che le piacerebbe rimanerci. Ma il padre , forte dei suoi traumi passati – in realtà del suo egoismo che non gli permette di pensare al benessere della figlia – le dice che è arrivata l’ora di ripartire.

Chocolat

Chocolat

Una scena che ricorda , per similitudine, la protagonista del film “Chocolat”, che trascinava la figlia per monti e valli della Francia, trasferendosi di paese, ogni volta che insorgeva un ostacolo o un problema nella sua vita. Quando la bambina vedeva apparire il mantello rosso, significava che era giunta l’ora di partire di nuovo. Voleva dire lasciare gli amici, la casa, le abitudini , le cose e partire nel freddo vento invernale. Finché arriva il giorno in cui la figlia trova il coraggio di pensare con la propria testa e si oppone alla madre. Le dice che se ne vada pure, ma che lei questa volta, rimarrà nello stesso posto. Questo farà riflettere la madre a modificare la sua tendenza a fuggire, per amore della figlia, rimarrà. E la sua vita finalmente cambierà in meglio.

Attenzione Spoiler nel seguito dell’articolo

Senza lasciare traccia

Senza lasciare traccia

Non cosi semplice in “Senza lasciare traccia”, la figlia continua a seguire il padre, pare con la fiducia di sempre, ma col tarlo del dubbio che si insinua nella sua testa, ormai di adolescente che pensa e si permette di obiettare.
E cosi fino alla tappa successiva, nella quale il padre, uscito per procacciare cibo, non rientra nella capanna di legno-rifugio dei due. L’inverno è ormai alle porte, la ragazzina è sola, senza legna per il fuoco e quasi senza cibo, decide di uscire alla ricerca del padre e lo salva. Era caduto sotto un albero e si era rotto un piede. La figlia chiama aiuto e in soccorso arriva una comunità che vive in una specie di campeggio, dentro a roulotte. Vengono accolti, viene dato loro ancora una volta un riparo in una roulotte e la ragazzina comincia ad ambientarsi. Vivono comunque all’aperto in una foresta e lei immagina che al padre quella vita possa piacere. Per consolidare la decisione, un giorno attinge alla scorta di denaro del padre e paga l’intero affitto della stagione per quella roulotte. In realtà la ragazza ha stretto amicizia con tutta la comunità, si parla, si canta, ci si fa compagnia e, soprattutto, ci si aiuta. Vorrebbe tanto rimanere a farne parte.
Ma quando informa il padre di aver già pagato per tutta la stagione, per tutta risposta l’uomo, ormai di nuovo in forma e guarito, le dice di prepararsi per la partenza l’indomani. Una storia senza fine.

La ragazza questa volta chiede “Ma dove andremo?”. Ma soprattutto chiede “Perché andare e dove?
Il padre la dà per scontata come sempre, le dice nella foresta, un’altra foresta, con un altro nome, che in fondo non è altro che la ripetizione della stessa vita di vagabondaggio di sempre. Questa volta la ragazza di impone:
Ma non ne hai avuto abbastanza? Non ricordi che sei quasi morto?”
Si, ma mi sono salvato – risponde il padre.
Io ti ho salvato! – replica la figlia – se no eri morto!”. Io ti ho salvato”, gli urla. Prende finalmente atto delle proprie possibilità, della sua autonomia e della sua libertà.
Tu vai – gli dice –ma io no. Io rimango
La speranza era che il padre si rendesse conto, si trattava di scegliere tra un addio o un cambiamento definitivo. Il padre sceglie l’addio, la figlia il cambiamento, che le permetterà di essere finalmente se stessa.

In un percorso di psicoterapia il risultato c’è solo se avviene un cambiamento. Solo se il paziente ha il coraggio di modificare qualcosa nella propria vita. Proprio come l’adolescente del film, sinonimo di cambiamento. Non a caso è la giovane a trovare il coraggio nel cambiamento per avviare la propria vita autonoma. Il padre non fa più testo, viene lasciato andare. Cosi come lo psicoterapeuta viene lasciato andare da chi sente di aver terminato il suo percorso terapeutico.

Il film “Senza lasciare traccia” è uscito nel 2016 in Usa, ora proposto in Italia, è nelle sale in questi giorni a Milano, sta riscuotendo interesse come film “cult”. E’ tratto dal libro di Peter Rock. Si presta a molteplici interpretazioni. La regista Debra Granik, è autrice anche del film “Un gelido inverno” (2010)

L'autore: 

Paola Federici è psicologa psicoterapeuta, scrittrice e giornalista. Ha fondato  il Centro Psicologico di Binasco (Milano). Riceve sia nello studio di Milano che in quello  di Binasco.  Ha scritto libri di psicologia divulgativa per tutti: "I bambini non ve lo diranno mai ma i loro disegni si"; "Il tuo bambino lo dice con i colori"; "Mi disegni un albero?"; "Gli adulti di fronte ai disegni dei bambini", “Lo stress del terzo millennio ( Ed. Franco Angeli). Ha collaborato con quotidiani e riviste nazionali Mondadori e Rizzoli (Donna Moderna, Confidenze, Donna Informa, Insieme, il Giorno, Il Resto del Carlino e altri). E’ stata per anni Direttore responsabile del mensile “La Tua Zona sud Milano). Per contatti, richieste di articoli  e appuntamenti scrivere a paolafedera@gmail.com

Informazioni su Paola Federici

Paola Federici è psicologa psicoterapeuta, scrittrice e giornalista. Ha fondato  il Centro Psicologico di Binasco (Milano). Riceve sia nello studio di Milano che in quello  di Binasco.  Ha scritto libri di psicologia divulgativa per tutti: "I bambini non ve lo diranno mai ma i loro disegni si"; "Il tuo bambino lo dice con i colori"; "Mi disegni un albero?"; "Gli adulti di fronte ai disegni dei bambini", “Lo stress del terzo millennio ( Ed. Franco Angeli). Ha collaborato con quotidiani e riviste nazionali Mondadori e Rizzoli (Donna Moderna, Confidenze, Donna Informa, Insieme, il Giorno, Il Resto del Carlino e altri). E’ stata per anni Direttore responsabile del mensile “La Tua Zona sud Milano). Per contatti, richieste di articoli  e appuntamenti scrivere a paolafedera@gmail.com
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