Governo Letta: continuità o crisi?

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In tutta Europa sono arrivati i refoli del vento della ripresa economica. Per ora è debole ma c’è e in lontananza si scorgono già le vele che si gonfiano e trasmettono energia alla barca, che così può prendere sicura il largo.

In Italia, invece, si è perso molto, troppo tempo in chiacchiere con il risultato, sconsolante, che andremo a chiudere l’anno con un penoso -1,8% di PIL. La ripresa, se e quando ci sarà, non giungerà prima del secondo trimestre del prossimo anno e avrà cifre decimali, tali da non ridare sufficienti speranze agli industriali e agli investitori, soprattutto quelli esteri che, invece hanno bisogno di ben altre condizioni politiche e sociali per convincersi di dirottare i loro danari in Italia, piuttosto che in altri Paesi dove le condizioni della politica, della giustizia (amministrativa e penale) e della burocrazia non concorrono per rendere impossibile la vita dei loro cittadini, ancorchè stranieri.

E così siamo alle solite, dal novembre del 2011 ad oggi, si è solo parlato (e troppo) sostanzialmente di due argomenti: le vicende giudiziarie del Cav. Berlusconi e della capacità del governo Letta di sopravvivere, con l’unico risultato concreto di non soddisfare le aspettative del primo e di far vivere nell’ansia perenne il secondo.

In altre parole, e per parlar chiaro, le riforme attese e sbandierate dal presidente Letta non sono arrivate, né tantomeno sono mai entrate nell’agenda dei lavori parlamentari: riforma della legge elettorale, riduzione sostanziale della spesa pubblica, riforma della giustizia, solo per citarne alcuni.

Così nel Bel Paese continuano a spirare, invece, i venti di crisi tra la destra e la sinistra. Venti che si contrappongono ogni due per tre, facendo sì che la barca del governo delle “larghe intese” non prenda mai il largo, e questo non perché il comandante non conosca lo rotta, ma perché i suoi marinai, semplicemente, si limitano a fare “Ammuina” di borbonica memoria: fanno cioè finta di fare qualcosa, muovendosi da poppa a prua senza concludere nulla. Quando non si mettono di traverso!

Il punto non è se Letta deve continuare a governare o meno: in questo preciso istante lui è al governo ed ha gli strumenti istituzionali per farlo. La “stabilità” non è un valore assoluto, se diventa sinonimo di immobilismo. Poiché a parere dei molti, anche dei milioni di italiani che hanno votato per il PDL e per il PD, la legislatura fortemente voluta dal Quirinale è nata praticamente morta, è ora quindi di seppellirla e non di continuare imbalsamandola nella sua coriacea idea del “Non fare”, al solo fine di prendere tempo e non dispiacere gli uni o gli altri, appartenenti agli opposti schieramenti. Perché di questo, in definitiva si tratta: un governo “Delle larghe intese” che si regge a malapena e che non sa o non può camminare con le proprie gambe.

In tutti i programmi televisivi degli ultimi giorni non si sente altro: un invito dal Colle del Quirinale a non lasciarsi prendere dall’idea (disfattista) di fare cadere il governo, poiché questo sarebbe un grande rischio per il Paese o addirittura una follia. E tutti i politici, o quasi, a parole sembrerebbero allineati alle indicazioni del presidente Napolitano. Ma, nei fatti, il lavorio volto alla destabilizzazione è già cominciato a partire dall’inizio di questa estate, calda ma non lunga, eppure estenuante non solo per le temperature.

Renzi, giudicato dalla base militante della sinistra più giovane, è considerato “il nuovo che avanza”. Franceschini, prima ancora che si svolga il previsto congresso, ha già sbandierato la sua vicinanza ed eventualmente il suo appoggio politico, dal momento che ha già compreso che il giovane sindaco di Firenze, questa volta, farà man bassa di voti. Renzi, tuttavia, è rappresentante delle nuove istanze del popolo dei giovani militanti ma, ad un tempo, delle ideologie dell’apparato comunista che stanno al suo opposto.

Bersani, considerato stanco e senza energia combattiva, è stato parcheggiato insieme al “vecchiume” del partito, che non è comunista ma neanche socialista, e forse è ancora alla ricerca di una sua identità, posto che la storia recente ha dimostrato l’inadeguatezza dei governi che fondano la loro politica sullo stato sociale. Un ritardo storico di circa cinquant’anni di cui, pare, il PD non abbia ancora preso coscienza.

La destra e il PDL, invece, arroccate nella politica gridata, sbandierata in logorroiche gare televisive dove si straparla di obiettivi raggiunti, quali l’IMU, la riduzione delle tasse, il contenimento della spesa pubblica.

Dimenticando di precisare, tuttavia, che per la copertura della seconda tranche dell’IMU si rimanda ad un ulteriore decreto che a ottobre dovrà racimolare i 6 miliardi di Euro che mancano; che gli Enti locali saranno costretti a rivedere al ribasso i servizi resi ai loro cittadini e, per ultimo ma non ultimo, il contenimento della spesa pubblica è un’altra bufala sapientemente orchestrata con l’avallo della sinistra, poiché la spesa è cresciuta ancora nel secondo trimestre dell’anno corrente e che sono stati testé integrati 40.000 insegnanti trasformandoli da precari a presi in ruolo. Questo a dimostrazione che, fatte le salve le sacrosante aspettative di tutti gli operatori della scuola che hanno prestato servizio, a volte anche per dieci anni di seguito, senza mai essere stati stabilizzati, l’Amministrazione di quel ministero è stata incapace di amministrare negli anni il comparto, creando i presupposti per aumentare la delusione dei suoi dipendenti (ancorché precari) e gestendo i propri bilanci e le assunzioni (attraverso concorsi che andavano ad affollare la lunga teoria di insegnanti “in attesa” di essere collocati in ruolo) in maniera folle ed incoerente con le politiche del governo pro tempore. Ma l’impietosa fotografia la si potrebbe e la si dovrebbe estendere anche agli altri ministeri e amministrazioni locali, tanto è diffusa la pessima abitudine nell’applicare politiche di spesa al solo scopo di “creare depositi” di voti. Quindi ai soli fini elettorali o peggio, al voto di scambio.

In ultima analisi, il Quirinale sbaglia se pensa che il governo Letta possa sopravvivere grazie al sostegno dei traditori grillini o di qualche altro transfuga, poiché dovremmo poi assistere ad una pantomima che tutto può dare, tranne che un governo che (finalmente) sappia fare il suo lavoro. Semmai, il Presidente Napolitano dovrebbe sollecitare Letta e i suoi a legiferare (e con urgenza) la nuova legge elettorale, perché se si dovesse andare al voto con quella attuale gli italiani, questa volta, di certo non sgomiterebbero per entrare nelle urne. A vincere sarebbe, invece, il partito degli assenti: quel famoso raggruppamento di cittadini che alle precedenti elezioni hanno rappresentato più del 52% degli elettori. Stanchi e disillusi, una ragione in più perché i politici (quelli veri) si riuniscano per riflettere sul “non voto” degli italiani. Una repubblica è veramente rappresentativa se i suoi cittadini ne partecipano attivamente nella fase di costituzione del governo che va a formarsi. Diversamente, è solo una democrazia anemica e senza continuità ideologica.

Informazioni su Faber

Nato e cresciuto a Milano. Dopo un breve periodo trascorso in Sicilia nella provincia siracusana ha conseguito il diploma di ragioniere e perito commercialista, per poi lavorare per il Ministero della Difesa. Da un anno si è trasferito a Palermo dove si occupa di assistenza per il personale civile e militare, dipendente dal Ministero della Difesa. Per alcuni anni a Torino e in Piemonte, sempre per conto del Ministero, si è occupato del settore pubbliche relazioni. Nell'anno accademico 2009/2010 ha conseguito una laurea di primo livello in Scienze dell'Amministrazione presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Siena. Ha sempre nutrito un forte interesse per la storia europea in particolare, soprattutto sotto il profilo politico-economico e sociale.
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