Stress Metropolitano o stress da maleducazione?

 

Stress Metropolitano

Stress Metropolitano

Dopo le ferie estive eccoci a confronto con i nuovi stress metropolitani

Oltre alle più tradizionali fonti di stress della vita cittadina che dobbiamo affrontare nel quotidiano (stress da superlavoro, stress da ufficio, da rapporto coi capi e coi colleghi, da orari eccessivi, da pendolarismo, da mancanza di tempo, da carico eccessivo di impegni familiari e lavorativi , stress del sabato, stress del lunedi, stress del traffico autostradale, ecc.), avete mai pensato quanto siano spesso i nostri comportamenti a diventare una fonte di stress per chi ci sta intorno? O meglio, per chi è costretto a condividere uno spazio limitato e a sopportare la presenza di estranei invadenti e le loro “involontarie” intrusioni?

Vediamo di spiegarci meglio con qualche esempio. E’ facile trarre esempi dall’osservazione di situazioni che si creano sui mezzi pubblici in una qualunque giornata della settimana.

MILANO, STAZIONE DELLA METROPOLITANA . Ore 8 del mattino

Davanti alla macchina emettitrice di biglietti si è formata una coda piuttosto consistente.

La signora davanti alla macchina è la prima della coda: ha aperto il portafogli e sta cercando gli spiccioli. Pochi secondi e, spiccioli in mano sta per premere il pulsante per richiedere l’emissione del biglietto. La signora ha già la mano alzata con i 2 euro tra indice e medio quando, con prontezza fulminea di una pantera e astuzia di una volpe, un’altra signora che ha saltato volutamente la fila e le si è piazzata di fianco, le ruba il posto davanti alla macchina allungando il braccio, infila gli spiccioli nel foro apposito, dando quasi uno spintone alla poverina che barcolla un po’. Poi, preso il biglietto al volo, esclama “Ecco!” e se ne va trionfante di fretta verso i tornelli per obliterare il documento di viaggio cosi rapidamente acquistato, infischiandosene della fila, degli altri e dei diritti altrui, mentre l’altra signora, ancora a bocca aperta e i soldi a mezz’aria, non si capacita, incredula di tanta sfacciataggine. Si guarda intorno e indietro verso la fila, impietrita a cercare comprensione e consensi dal pubblico dei presenti, i quali, a parte qualche commento sottovoce, offrono lo spettacolo, in luogo del sostegno morale, di voci frettolose che la incitano a sbrigarsi perché anche gli altri devono arrivare in tempo in ufficio. Come se nulla fosse accaduto.

Qual è lo stress più pesante da gestire?

Lo stress della signora allibita, frustrata, lasciata in solitudine ad arrangiarsi con la prepotente, o quello dei presenti, costretti a “non provare” alcuna emozione, nessuna sorpresa, diretti al loro obiettivo primario di arrivare in ufficio in tempo allo scoccare delle 8,30?

Una difficile gara di indifferenza nel “dover” cancellare il proprio lato emozionale di fronte a situazioni inaccettabili. Una scelta che pare sempre più una via d’uscita “obbligata” dalla frettolosità metropolitana. Ma quanto costa nel lungo periodo seppellire una parte cosi importante di noi in nome del lavoro, della produttività, del posto di lavoro? Costa fatica, senso di impotenza, di frustrazione e di alienazione, quindi un incremento dello stress.

Sarà colpa della Milano che corre? della metropoli che non si ferma a pensare perché è sempre in ritardo? o sarà colpa della maleducazione di chi si considera semplicemente più furbo? In una sola mossa, la signora in fila ha preso per i fondelli tutti quanti. Ma nessuno si è rivolto al personale o ha espresso disappunto, pur accorgendosi che i bidonati erano tutti loro indistintamente. Hanno scelto di incassare il primo stress della giornata facendo finta di nulla.

Fingere è un bluff con se stessi, è una via d’uscita momentanea, quando i conti arrivano, arrivano tutti insieme: attacchi d’ansia, addirittura di panico, paura di salire su una metropolitana, sul treno o sul bus, dell’aereo nemmeno a pensarci, paura di guidare l’auto, di entrare in autostrada, in ascensore, di camminare perfino a piedi in strade sconosciute….e cosi via peggiorando. Ma i malcapitati non ne sono consapevoli, dicono di non sapere il perché.

IN METROPOLITANA GOMITO A GOMITO CON VARI TIPI DI STRESS:

Uditivo, olfattivo, da contatto obbligato

In piedi nella calca, appesi ai corrimano sempre troppo in alto per l’altezza media degli italiani, alla ricerca spasmodica di un posto a sedere. Ad ogni fermata decine di sguardi di lince pronti ad intuire dai movimenti impercettibili dei passeggeri seduti quale si alzerà per primo per scendere alla prossima fermata. Pronti a lanciarsi nel posto lasciato libero a gara con la vecchietta che traballa appesa con due dita al tubo di metallo. Meglio non può fare , non ci arriva nemmeno in punta di piedi. Nessuno fa cenno di cedere il posto alla nonnina, nessuno ha pietà di lei, tanto meno i giovanottoni vocianti zaino in spalla diretti a uno dei licei del centro. Braghe calate all’inverosimile, mutanda in vista e sedere al vento, scarpe a ciabatta senza lacci, capelli per metà rasati o crestati e multicolori con ciuffi sparati, se la ridono e urlano ognuno al proprio mega cellulare o tablet che pare una lavagna ambulante.

Lo sferragliare delle ruote sui binari è assordante in estate coi finestrini aperti (l’aria condizionata è un lusso solo in poche fortunate vetture). Parlare è impossibile, si deve urlare per forza per farsi capire. Ecco perché i ragazzi urlano e non solo loro.. Per leggere occorre fare prima mezz’ora di meditazione profonda per riuscire a isolarsi dal rumore. In inverno coi finestrini chiusi si ha il beneficio di viaggiare senza sferragliamenti, ma in compenso sudaticci nel caldo umido della calca umana, tra gli olezzi dei vestiti di tanta gente ammassata in poco spazio. Gli abiti in inverno sanno di naftalina o di armadi chiusi dall’anno precedente, qualcuno comincia a tossire insistentemente, le polveri sottili metropolitane insieme agli acari redivivi dei pullover e al rancido odore di fritto di cappotti e giacconi a stretto contatto di gomito alzano il rischio di attacchi asmatici.

Sedersi in metropolitana

Finalmente mi approprio di un mezzo sedile caldo, perché sotto ai sedili scorre il tubo del riscaldamento, che va a mille anche con 30 gradi esterni. Pazienza, mi sciolgo dentro a maglia e giaccone in rivoli di sudore da far temere una bronchite appena uscirò dal vagone. Togliere il giaccone è impossibile, infilerei il gomito nell’occhio del vicino di destra. Cerco di assestarmi sull’intero sedile, ma la cosa risulta impossibile: il mio vicino di sinistra, di peso ben superiore al quintale, sta seduto a gambe divaricate occupando due sedili – il suo più la metà di quello a sinistra e la metà di quello di destra. Provo a fare pressione con la gamba contro la sua per tentare di spostarlo un po’ o almeno di fargli capire la sua invadenza. Le sue braccia non sono da meno , le ho quasi in grembo, grosse e pesanti e molli in tutto il loro peso. Niente smuove quel tizio. Il mio tentativo è inutile: sembra una colonna di marmo irremovibile. Cuffie sulle orecchie, musica da discoteca a tutto volume, batte il tempo coi piedi, lo sguardo perso nel vuoto, il sorriso un po’ ebete di chi se ne sbatte di tutto e di tutti.

Pazienza, mi dico, ora mi alzo, per lo meno non sarò stretta nella morsa dell’energumeno. Sono in piedi, appesa ai 5 centimetri liberi del tubo cui mi appendo con due dita, non c’è posto per tutta la mano. Il fracasso, la scomodità, la fatica a mantenere quella posizione in bilico con altre quattro persone addosso, mettono a dura prova i miei nervi. Non vedo l’ora di scendere, ma ho ancora almeno una decina di soste.

I musicanti sul metrò

Ed ecco alla fermata intermedia sopraggiungere una delle tante bande di musicanti – o meglio finti tali – con il loro armamentario portatile. I due con le chitarre elettriche si piazzano davanti alle porte, quello con la fisarmonica a metà vettura, il batterista con piatti, tamburo e altri aggeggi per fare la maggior confusione possibile davanti all’ingresso successivo, mentre la “cantante”, per meglio dire la “stonante” cammina tra i poveri viaggiatori impossibilitati a muoversi e tanto meno a difendersi da quella prepotente intrusione. La donna urla dentro a un microfono a tutto volume una canzonetta popolare, tirando fuori la voce sgraziata da fumatrice al primo mattino, per superare il baccano dei suoi colleghi con la musica registrata su cd. Al termine di quella esibizione dell’orrore passano col piattino tra i viaggiatori e il sorriso finto imbalsamato, nonché il cartello sul petto “sono un povero affamato, senza casa senza lavoro, con 10 figli da sfamare, non ci vedo e non ci sento ma canto…ecc ecc. “ il povero viaggiatore schiacciato impossibilitato a muoversi e a fuggire, obbligato a d ascoltare e annusare e vedere e sopportare, ha accumulato diverse tipologie di stress, che ogni mattina si ripetono e vanno a incrementare quel grande pentolone di santa pazienza – come si diceva una volta – che a un certo punto un “evento scatenante” anche di lieve entità contribuirà a far si che il vaso di Pandora si apra quando il povero lavoratore pendolare non ce la farà davvero più a sopportare tutto questo, anche se dice di non sapere il perché sta male.

STRESS VISICO, ACUSTICO, OLFATTIVO, SOCIALE

La vita in pubblico, un teatro triste di vita quotidiana

Il viaggiatore diretto al suo posto di lavoro deve soffrire le pene dell’inferno ogni giorno della sua vita : la calura, l’umidità, le puzze di varia umanità ristretta, lo stress acustico prolungato, lo stress olfattivo, lo stress visivo di cio’ che non ha voglia di vedere di ascoltare, oltre lo stress da spazio ridotto e da vicinanza eccessiva di persone estranee.

In metropolitana si litiga in pubblico

Seduta in un vagone non eccessivamente pieno di gente. I soliti studenti, ma nemmeno tanti, il pienone e la calca arrivano piu tardi verso le 14. Una fortuna viaggiare a quest’ora, mi dico tra me e me. Solo qualche ragazzetta dalla voce altisonante e stridula che urla i fatti suoi al cellulare all’amica di turno. Un’altra, più attempata, litiga col fidanzato sempre al cellulare. Il pubblico è il suo pane, sa di averlo a gratis e questo la incita a urlare di più, come fosse in piazza a tenere un discorso politico. Non si limita a urlare, alza i toni e partono le parolacce e le offese. Una mamma cerca di distrarre la sua bambina affinchè non oda le ingiurie da porto di mare, mentre la bimbetta se la ride sotto i baffi. La lite aumenta d’intensità, chi legge alza gli occhi dall’ebook, il pubblico comincia a spaventarsi, ma questa è matta, cosa urla, cosa impreca? Ma quando scende ? la tensione è palpabile, ma nel vagone cosa si può fare salvo rimanere fermi impassibili nei propri posti e fare finta di non sentire? Lo stress da tensione uditiva aumenta ma tutti fingono che non sia cosi.

Quando le porte si aprono la ragazza esce sempre urlando al cellulare. Si sente la sua voce per un pezzo mentre cammina lungo il marciapiedi sotterraneo, la sua voce rimbomba contro le pareti.

E’ scesa, un respiro di sollievo e qualche occhiata di complicità corrono tra i presenti. La pazza è uscita, finalmente siamo tranquilli, sembrano esprimere questi sguardi. Se non salgono i musicanti ce la facciamo ad arrivare alla fermata – pensano i viaggiatori .

…e si mangia, si beve, ci si rifà il trucco , ci si cambia d’abito

Tapparsi il naso in metropolitana non si può. Cosi talvolta, pur di non sentire gli olezzi, si finisce per respirare sempre più corto. Cosi i respiri si accorciano all’inverosimile, andrà bene per non respirare le polveri sottili inquinanti i nostri polmoni, ma non fa bene lo stesso ai nostri polmoni che vanno quasi in apnea. Respirare male può portare ad attacchi d’ansia improvvisi, ma come si fa respirare a pieni polmoni in metropolitana? In alcuni orari, come abbiamo visto, è impossibile.

Tra gli stress olfattivi c’è anche quello da simmenthal. Nell’orario di pausa un tempo si faceva davvero la pausa, nel senso che ci si sedeva a un tavolo in una mensa, o in un bar o si faceva in tempo a volare a casa e mangiare come dio comanda, seduti e rilassati. Una bella chiacchierata con un collega e c’era anche il tempo per una corsetta nel parco. Pare che l’ora di pausa oggi si sia talmente accorciata, che da un’ora è diventata mezz’ora e talvolta nemmeno quella. Durante la pausa l’ansia da stress ci porta a fare ancora altre cose, quelle che non si è riusciti a fare nell’arco della settimana: andar per negozi, in posta, in banca o correre al secondo lavoro per chi al mattino è part-time in un posto e al pomeriggio part-time in un altro, a distanza di molti chilometri e solo 30 minuti per raggiungerlo. Effetto crisi e delle paghe sempre più striminzite.

Seduta di fianco a me, arriva una giovane donna, con un borsone alla Mary Poppins. Ampio e stracolmo, da là dentro emerge di tutto. Mi devo spostare fare piccola chè con quel borsone enorme invade il mio sedile. Mi ritraggo un po’ da un lato e continuo a leggere il mio libro. Dopo un po’ non posso fare a meno di alzare gli occhi perché un odore nauseante mi disturba e mi fa ritrarre ancor di più. La donna al mio fianco si è allestita una sorta di tavola sulle ginocchia, ha estratto dalla borsa una scatoletta di simmenthal , una forchetta, tovagliolo di carta e una bottiglietta d’acqua. Crostini di pane completano il quadro. Ha aperto la scatoletta e sta mangiando la carne con la forchetta. Ogni tanto si sciacqua la bocca con una sorsata bevendo a collo. La vicinanza dei sedili non consente una privacy sufficiente e quella ragazza con la simmenthal è come se mi mangiasse in braccio. Non mangio la simmenthal e l’odore mi provoca quasi un conato che devo tenere a bada. Lei imperterrita continua il suo pranzo, mentre il mio olfatto disturbato coinvolge anche altri sensi in un senso di rifiuto. Infine mi alzo, le cedo anche il mio spazio e mi sposto verso l’ingresso. Scenderò fra poche fermate. Mentre cerco di aspirare un po’ d’aria da un finestrino semiaperto, un ruminare croccante e un profumo di mele mi assale alle spalle.

Un’altra ragazza viaggia aggrappata al tubo di sostegno. Ha in mano un sacchetto di mele. Almeno ne avrà una decina. Il sacchetto è trasparente e le mele se le è già preparate a casa, ben tagliate a spicchi in modo da poterle mangiare ovunque. Attacca a sgranocchiare a bocca aperta azzannando quelle mele con la buccia con la forza della fame. Il rumore dei denti che fanno scrocchiare le mele continua per tutto il viaggio e per più di mezzo sacchetto. La ragazza mangia voracemente, non le importa chi c’è intorno, come la mangiatrice di simmenthal, che beveva e mangiava senza occuparsi di farlo addosso al vicino.

Sarà a dieta, penso. Però nessuno le ha insegnato, da piccola, a mangiare con la bocca chiusa. Finite le mele, non si pulisce nemmeno le dita e scende alla sua fermata. Nel frattempo la coda dell’occhio scivola sulla tipa della simmenthal che ora sta truccandosi gli occhi e dandosi il fard col pennellone. Poi un miniprofumo dall’orripilante odore spunta dal suo borsone, mi tappo il naso in anticipo. Infine toglie un maglioncino dalla stessa borsa, se lo mette, togliendosi prima il cappotto, poi se lo rimette, dopo aver sfilato il maglioncino usato al mattino con mosse da acrobata. E’ pronta per il lavoro del pomeriggio. Scende alla prossima, perché si è alzata in piedi vicino alla porta.

Udito, vista, olfatto, tatto sono stati messi a dura prova. Uno stress continuo e prolungato impossibile da evitare. Perciò più dannoso. Non si può scappare.

STRESS E MALATTIE

Quanto stress o quanta maleducazione? In quale misura si potrebbe evitare di propinare questi stress al nostro prossimo? La privacy diventa sempre più rara e la costrizione di dover assistere alla vita privata altrui crea un senso di disagio e oppressione come quella dei topolini-cavie costretti a convivere coi propri simili in spazi molto ristretti. La difesa immediata è l’indifferenza. Ma facciamo attenzione: nel lungo periodo rimanere indifferenti ottiene l’effetto opposto, fa ammalare il corpo e la mente.

Ogni riferimento non è assolutamente casuale, ma pura verità. Provare per credere.

Informazioni su Paola Federici

Paola Federici è psicologa psicoterapeuta, scrittrice e giornalista. Ha fondato  il Centro Psicologico di Binasco (Milano). Riceve sia nello studio di Milano che in quello  di Binasco.  Ha scritto libri di psicologia divulgativa per tutti: "I bambini non ve lo diranno mai ma i loro disegni si"; "Il tuo bambino lo dice con i colori"; "Mi disegni un albero?"; "Gli adulti di fronte ai disegni dei bambini", “Lo stress del terzo millennio ( Ed. Franco Angeli). Ha collaborato con quotidiani e riviste nazionali Mondadori e Rizzoli (Donna Moderna, Confidenze, Donna Informa, Insieme, il Giorno, Il Resto del Carlino e altri). E’ stata per anni Direttore responsabile del mensile “La Tua Zona sud Milano). Per contatti, richieste di articoli  e appuntamenti scrivere a paolafedera@gmail.com
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