L’insostenibile leggerezza del prezzo del tonno in scatola

Le fabbriche del tonno in scatola in Indonesia

Le fabbriche del tonno in scatola in Indonesia

Chi non ha mai comprato una confezione di tonno in scatola? E chi, tra le diverse marche di tonno esposte sullo scaffale, non sceglierebbe quella più conveniente, più “a buon mercato”? Non c’è nulla di strano in tutto ciò. Ogni giorno centinaia di migliaia di persone fanno la spesa e non è certo un mistero che la scelta del prodotto da acquistare sia condizionata principalmente dal prezzo riportato sul cartellino: il prezzo più basso ha quasi sempre la meglio. In un periodo di crisi, poi, la ricerca della migliore offerta diventa una necessità.

Ma quali sono gli elementi che determinano il costo di un prodotto e che lo rendono più economico di un altro? La scarsa qualità? La produzione a ‘kilometro zero’? La concorrenza? No, spesso nessuna di queste variabili. La risposta è lo sfruttamento della forza lavoro.

Indonesia, sei ragazzi inglesi, ciascuno con una passione o un’ossessione per il cibo, un’industria in cui si lavora il tonno da inscatolare: questo il tema de L’insostenibile leggerezza del prezzo  in onda lunedì sera su Rai 5.

Un gruppo di ragazzi poco più che ventenni, tre ragazzi e tre ragazze, provenienti dal ricco e benestante Regno Unito viene spedito in Indonesia; lo scopo è quello di mostrare loro come funziona l’industria alimentare del tonno in scatola, come si lavora, quali procedimenti comporta, come e dove vivono gli operai del settore etc. insomma tutto quello che riguarda la produzione del tonno in scatola, dalla pesca al prodotto finito ed alla sua distribuzione nel mercato inglese.

I sei ragazzi si uniranno agli operai della fabbrica, per lavorare con e come loro, ma non hanno la minima idea di cosa li aspetta. A partire dagli alloggi. Gli operai vivono in baracche costruite nei pressi del posto di lavoro, si tratta di dimore con coperture di lamiera, piccole stanze che devono ospitare molte persone, si dorme per terra o, quando va bene, su un materasso poggiato direttamente sul pavimento, l’igiene non è certo una priorità, l’acqua corrente non è disponibile, non ci sono docce, e uno dei ragazzi, appena entrato nella toilette “alla turca”, non riesce a trattenere i conati di vomito a causa della sporcizia e del cattivo odore. Alle ragazze è riservata una sistemazione migliore, una pensione in cui vivono altre operaie.

Il primo giorno di lavoro inizia all’alba. Ogni mattina alle sette in punto circa 800 operai sono in fila davanti la fabbrica per iniziare un nuovo turno di lavoro. L’ingresso è consentito solo dopo un rigido controllo delle unghie delle mani di tutte le operaie: le unghie devono essere sempre corte per evitare contaminazione di batteri e nonostante le proteste iniziali anche le ragazze inglesi devono rispettare questa regola.

Una volta in fabbrica i ragazzi si trovano in un ambiente dall’odore nauseante e dal caldo asfissiante, la temperatura arriva anche a 35° a causa dei forni in cui si cuoce il pesce. L’aria è così opprimente che una ragazza dopo soli pochi minuti sviene. Gli altri operai non battono ciglio, lavorano incessantemente, abituati al caldo e alla fatica.

Le regole che un operaio è tenuto a rispettare sono poche, semplici e incontestabili:
1)obbligo di indossare sempre la mascherina;
2)divieto assoluto di parlare;
3)chiedere il permesso per allontanarsi;
4)il turno finisce quando finisce il pesce da lavorare.

La fabbrica produce circa 40 milioni di scatolette di tonno l’anno, una scatoletta da 200gr. viene venduta al prezzo di 60 cent., la paga di un operaio è di 50 cent. l’ora, ed è quella riservata alla mansione più remunerativa: la sfilettatura. Lo standard di un operaio è di 10 pesci sfilettati in un’ora. Si fa presto a fare i calcoli.

I ragazzi vengono sottoposti ad un test iniziale di sfilettatura in base al cui esito un supervisore deciderà chi mantenere per tale mansione e chi degradare alla mansione di spellatura, o peggio ancora, di eviscerazione.

Il clima si fa sempre più teso, alcuni ragazzi non risultano idonei alla sfilettatura e vengono trasferiti in altri reparti. Il senso di sconfitta, la frustrazione, il caldo insopportabile alimentano una discussione tra due ragazzi del gruppo: il responsabile della lite verrà ostracizzato e rispedito in patria.

È il primo chiaro esempio della difficoltà di adattarsi ad un ambiente di lavoro che mette a dura prova la resistenza fisica e mentale e che è distante anni luce dall’ottica con cui noi siamo abituati a guardare il mondo del lavoro.

Durante la pausa le ragazze inglesi parlano con le operaie: quello che colpisce è che nessuna di loro ha qualche lamentela da fare, sono contente del loro lavoro, dicono che sia una dei lavori meglio retribuiti, e quei soldi sono necessari per mantenere la famiglia. La paga di una giornata si aggira intorno a 4 euro e per loro è abbastanza dato il basso costo della vita. Ratni, l’operaia con cui vivono le ragazze nella pensione, mette i soldi da parte per poter vedere una volta a settimana i suoi figli, che vivono con la suocera perché la casa è troppo piccola per tutti, suo marito, invece, lavora in una miniera d’oro su un’altra isola.

Dopo la lite, i due ragazzi rimasti non vengono più accettati in fabbrica e decidono di andare in porto per imbarcarsi su un peschereccio a caccia di tonni.

Si inizia con 12 ore di navigazione per raggiungere il luogo dell’oceano in cui solitamente si incontrano i banchi di tonni. I pescatori sono tanti, vivono sulla barca, vedono raramente le loro famiglie, mangiano e dormono sul peschereccio. La vita è angusta e la paga e infima, ma l’alternativa non è contemplata per il semplice fatto che è inesistente. Ci sono ragazzi che lavorano lì da quando erano poco più che adolescenti, hanno passato gran parte della loro vita in mare.

Appena si avvista il banco ha inizio la pesca d’altura: tutti i pescatori si siedono a prua, ciascuno con la sua canna da pesca, c’è chi butta le esche vive in mare per attirare i tonni. Improvvisamente i tonni iniziano ad abboccare. I movimenti dei pescatori sono rapidi, tecnici, automatici: il pesce viene tirato fuori dall’acqua e con un movimento a parabola è catapultato alle spalle dei pescatori su un ponte che lo fa scivolare direttamente in stiva. In dieci minuti si prendono dai 50 ai 150 tonni. A pesca finita i ragazzi vengono riportati sulla terraferma, i marinai, invece, ripartono subito per una nuova giornata di lavoro.

I ragazzi inglesi hanno così conosciuto un realtà nuova, inimmaginabile, straniante. Operai e pescatori costretti a sostenere lunghi e faticosi turni di lavoro, sottopagati, sfruttati come esseri umani e come lavoratori, senza diritti, ma con l’obbligo dei doveri. Non ci sono sindacati, associazioni di tutela dei lavoratori, e nessuno sembra sentirne il bisogno. Chi lavora vuole continuare a farlo, lo stipendio, seppure infimo, è l’unica arma di sopravvivenza.

È questo il prezzo del cibo a buon mercato sulle tavole dell’occidente.

Informazioni su Maria Vittoria Sparano

Maria Vittoria Sparano è nata a Belvedere Marittimo nel 1986. Nel 2004 si è trasferita a Bologna per intraprendere gli studi universitari e si è laureata, il 15 marzo 2013, in Filologia, Letteratura e Tradizione classica. Vive attualmente a Bologna.
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